Non so quanti alpinisti al mondo, e non lo dico perché sono di parte ma per sincero dubbio, avrebbero potuto offrirmi questo riscontro non solo continuo, ma anche condotto con il necessario sguardo oggettivo, metodico e scientifico.
E se era uno scenario la cui eventualità non mi sfiorava neanche l’anticamera del cervello, quello in cui incredulo mi sono trovato barcollante a muovermi in questi giorni, non è perché per amicizia ed affetto volessi fugare il pensiero di un momento così angosciante, ma semplicemente perché ho conosciuto, fin dall’inizio, la maniacale attenzione e prudenza con cui hai sempre affrontato la pianificazione di ogni singola giornata e di ogni singolo passo sulla montagna, lo scrupoloso e continuo calcolo del rischio a cui dedicavi tutta la tua concentrazione, scartando a priori le giornate in cui quest’ultimo superava la soglia che ritenevi accettabile, e tenendo questa tua personale asticella del rischio, quella che non eri risposto a valicare, molto (ma molto) più in basso di quanto possa credere chi segue queste imprese da casa propria, giudicandole tipicamente come uno sprezzo del pericolo, un azzardo privo di qualsivoglia soglia del rischio, o un modo per mettere a repentaglio la propria vita (salvo poi, ne abbiamo costante e triste dimostrazione dalle pagine di cronaca, restando amenamente in spiaggia o su una cresta montuosa durante un temporale, guidando con l’occhio più al telefonino che al volante, o percorrendo un torrente in fondo a una gola mentre il cielo si fa nero e in lontananza si sente tuonare, dimostrando una totale e sciagurata incapacità di valutazione del rischio, quando non lo smaccato disprezzo del valore della propria vita, aspetti che invece per te, ovunque ti trovassi dal livello del mare in su fino a ottomila e passa metri, erano punti fermi, costantemente in cima ai tuoi pensieri).
Ne è riprova il fatto che su quella montagna, prevalentemente su quella via, ci hai passato cinque inverni, mica un giorno, a forza di non perdere mai la pazienza di aspettare il momento meno rischioso, di minimizzare la tua esposizione al pericolo, di evitare le giornate e le situazioni in cui qualcosa non ti convinceva, foss’anche solo un’intuizione o una sensazione (“Pippo è troppo bianca la roccia lassù stamattina, qui al base in realtà è nevicato poco, come mi avevi detto, ma lì non capisco se è solo neve appiccicata dal vento, oppure se in quota ne ha proprio fatta molta di più, in questo caso è pericoloso per le valanghe, nel dubbio siamo rimasti qui, peccato per la bella giornata certo, ma vatti a fidare”)… a costo di “buttare” finestre di tempo favorevole per dare alla montagna il tempo di scaricare la neve caduta nei giorni precedenti, di attendere più di un mese senza muovere un passo dal campo base, di tornare indietro mentre eri appena sotto o già sopra lo sperone, cambiando in corsa, proprio sul più bello, la pianificazione che ti eri proposto.
Compreso quest’anno, quando arrivando al Campo Base il 28 dicembre, avete posizionato Campo 2 e Campo 3 a tempo di record, rispettivamente il 5 e il 9 gennaio, avete iniziato la scalata dello sperone il 16 gennaio arrivando a lasciare uno zaino col materiale a quota 6200, rientrando al Campo Base già col pensiero a tornare su per proseguire la via… per poi mordere lungamente il freno proprio sul più bello, per evitare situazioni di rischio troppo alto, finendo pazientemente con l’aspettare quasi 40 giorni per tornare sopra Campo 3, e riaffrontare quindi il tratto più impegnativo della via: fino cioè al 23 febbraio, il giorno in cui siete poi arrivati a posizionare Campo 4, quello da cui il giorno dopo hai fatto l’ultima telefonata a Daniela, durante la quale le hai chiesto di contattarmi, per potergli poi trasmettere qualche elemento in più sulla tendenza dei giorni a seguire. Anche in quel momento, come sempre, con la mente alla pianificazione, alla programmazione, alla valutazione più esaustiva e meticolosa possibile sul da farsi.
CONTINUA A PAGINA SEGUENTE